Dai rifiuti del mare nasce un nuovo business: il Veneto punta sull’economia circolare blu

Per molti anni gli scarti prodotti dalla pesca e dall’acquacoltura sono stati considerati un costo inevitabile: gusci di vongole e cozze, residui organici della lavorazione del pesce, reti usurate e plastiche recuperate in mare richiedevano infatti costose operazioni di smaltimento.

Oggi questo paradigma sta rapidamente cambiando.

L’esperienza avviata in Veneto dimostra come l’economia circolare applicata alla Blue Economy possa trasformare materiali considerati privi di valore in nuove filiere industriali. Gusci di conchiglie possono essere utilizzati come materia prima per materiali da costruzione, fertilizzanti e prodotti ad alto valore aggiunto; i sottoprodotti della lavorazione del pesce possono alimentare produzioni nei settori cosmetico, nutraceutico e mangimistico; reti e plastiche recuperate in mare possono essere riciclate per realizzare nuovi manufatti.

Il valore dell’iniziativa non risiede soltanto nell’aspetto ambientale, ma soprattutto nel modello economico che propone. L’obiettivo è infatti passare da una logica di gestione del rifiuto a una logica di valorizzazione della materia, riducendo i costi di smaltimento e creando nuove opportunità di reddito per imprese della pesca, cooperative, aziende della trasformazione e operatori dell’economia circolare.

Per l’Adriatico centrale questo approccio presenta prospettive particolarmente interessanti. Abruzzo, Marche e Molise dispongono di importanti produzioni di molluschi, numerose imprese della pesca e una consolidata filiera agroalimentare che potrebbe beneficiare dello sviluppo di nuove catene del valore basate sul recupero dei sottoprodotti.

Anche la normativa europea si sta muovendo in questa direzione. Le strategie sulla Blue Economy e sull’economia circolare promuovono infatti il recupero delle risorse marine e la riduzione degli sprechi come elementi fondamentali per aumentare la competitività del settore, favorendo progetti di simbiosi industriale e innovazione tecnologica. Esperienze come quella veneta possono quindi rappresentare un modello replicabile anche lungo la costa adriatica, dove la collaborazione tra imprese, università, GALPA e centri di ricerca potrebbe generare nuove filiere ad elevato valore aggiunto.

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